Associazione Culturale «Circolo Dialettale Silvanese "Ir Bagiu"»

Territorio e Ambiente

SILVANO D’ORBA

IL TERRITORIO E L’AMBIENTE

 

Panorama di Silvano d’Orba

La via più antica che collegava Genova con le valli dell’Ovadese, evitando l’attraversamento di corsi d’acqua importanti, come l’Orba, lo Stura o il Piota, prevedeva il percorso dai Piani di Praglia – Capanne di Marcarolo – Monte Pracaban – Monte Colma – Tagliolo Monferrato – Pian della Moglia e si fermava alla confluenza del Piota nell’Orba. Qui si ha il punto di penetrazione massimo e, dai reperti ritrovati, si può ipotizzare che fin dal I secolo a.C. – sulla via breve Libarna – Acqui – fosse allestito un campo fortificato [castrum] romano.

Come segnalato nelle note storiche, il Castrum romano è diventato poi Limes bizantino e ancora fortezza Longobarda e Aleramica. A testimonianza di questo ci restano i ruderi di due torrioni (i Torrazzi) che fanno mostra di sé all’entrata del cimitero del paese. I primitivi nuclei dell’abitato di Silvano nel corso dei secoli sono stati distrutti e ricostruiti, divisi e riuniti, trasformati e sviluppati fino ad arrivare al borgo attuale.

Silvano d’Orba è un comune che si colloca all’interno della zona geografica caratteristica, individuata come Alto Monferrato, a ridosso della catena montuosa dell’Appennino Ligure.

Le sue contrade più antiche sono collocate su due colli, dominati rispettivamente da un imponente castello e dai ruderi della vetusta rocca, mentre le parti più recenti si adagiano sulla pianura per un lungo tratto, quasi seguendo i tracciati delle strade provinciali di collegamento con le altre località, innanzitutto con i due centri zona di Novi Ligure e Ovada. Varie frazioni e borgate, rilevanti sia come dimensione, sia come trascorso storico, completano e arricchiscono l’abitato principale.

Partendo da sud ed elencando i paesi in senso orario, il territorio Silvanese confina con Lerma, Tagliolo Monferrato, Ovada, Rocca Grimalda, Capriata d’Orba e Castelletto d’Orba.

La conformazione del suolo si presenta come un amalgama di colline, vallate e pianure attraversate dai bacini dei due corsi d’acqua, con l’altitudine che varia tra il massimo di 312 m s.l.m., misurabile sulla collina tra la Pieve e la valle del Cremosino, e il minimo di 135 m s.l.m. nel letto del fiume Orba al confine con Capriata.

Bacino Terziario Piemontese

Le descrizioni complete del territorio si possono leggere nelle sezioni che riguardano la storia, le passeggiate o l’ambiente naturale. Le rocce affioranti a Silvano d’Orba appartengono a una successione sedimentaria nota, nella letteratura geologica, come Bacino Terziario Piemontese (BTP), un bacino marino che per circa 30 milioni di anni, dall’Oligocene (34 MA) al Messiniano (5 MA), ha raccolto i sedimenti prodottisi dall’erosione della neoformata catena alpina e di quella nascente appenninica.

Le rocce di Silvano d’Orba si sono quindi depositate in un antico mare; per rendere l’idea della situazione paleogeografica durante l’Oligo-Miocene, è necessario immaginare qualcosa di simile all’attuale Mar Ligure aperto però verso Nord e Nord-Est anziché verso Sud. Adottando le classiche suddivisioni litologiche, le principali formazioni geologiche Bacino Terziario Piemontese affioranti nel territorio silvanese sono riferibili alle Marne di Cessole [Langhiano – tra 16 e 13 milioni di anni] e alla più recente formazione delle Arenarie di Serravalle [Serravalliano – tra 13 e 11 milioni di anni].

Torrente Orba

In linea del tutto generale, poiché la realtà geologica è più complessa, mentre le Marne di Cessole, più fini (in una marna è importante la frazione argillosa), si sono depositate in un ambiente marino più profondo e distale [cioè a maggiore distanza dalla linea di costa], la formazione delle Arenarie di Serravalle [l’arenaria è una sabbia cementata] è l’espressione di un paleoambiente più vicino alla linea di costa e meno profondo.

L’origine marina di queste formazioni rocciose è testimoniata da un’alta concentrazione di carbonati per la presenza di numerosi macro e micro fossili. In particolare il colle di San Pancrazio vede un affioramento di Arenarie di Serravalle, caratterizzate dalla presenza di fossili [conchiglie di molluschi, lamellibranchi, coralli] molto numerosi ed evidenti.

Torrente Piota

Immediatamente sotto questo colle vi è la Rablina [ra Rablëina] dove si trova una fascia argillosa, mentre ancora oltre, Calcinara [ra Causinèra], fino agli anni quaranta del secolo scorso era una cava d’estrazione di carbonati che, spediti via “trenino” Ovada-Novi Ligure all’ILVA, erano impiegati in fonderia, come smagnetizzanti o fondenti.

A nord del paese dove oggi sorgono nuove aree residenziali, una vena di argilla forniva il materiale ad una fornace [ra Furnò∫a] che ha prodotto mattoni e coppi fino agli anni cinquanta del ‘900.

Idrologicamente Silvano è interessato da due torrenti, l’Orba e il Piota e da due rii, il Cremosino [Carmusëi] e l’Albareto [Arbarèi]. I bacini fluviali, dopo decenni di scavi, estrazioni e inquinamenti vari, stanno riprendendo la loro vera natura, anche se la portata delle acque è impoverita a monte dai numerosi prelievi per uso civile e industriale.

Il regime torrentizio dei nostri corsi d’acqua offre una alternanza di piante acquatiche e piante da prato umido, che diventa prato arido nella stagione estiva. Il ghiaione del fiume [geiróu] stupisce con i suoi colori dalla fine di febbraio a ottobre inoltrato. L’ittiofauna e l’avifauna che si possono ammirare e fotografare sono certamente varie e degne di nota; in futuro, con il minor inquinamento e sfruttamento dei bacini fluviali, ci auguriamo possano rivedersi varietà un tempo comuni.

Ambiente acquatico

  • La “riviera” dell’Orba Silvanese comprende la piana dell’Andania [Andòugna] a sud e quella della Cremosana [Carmusòuna] a nord. La passeggiata sul fiume è tuttora gradevole e interessante faunisticamente e botanicamente, ma la presenza di due frantoi, due strade provinciali, una ferrovia e per ultima l’autostrada A26, non la rendono proprio idilliaca. Nell’opera Geologia e Idrologia nella piana dell’Orba, Giuseppe Pipino scrive: «A Silvano è ancora visibile il letto roccioso, costituito da brecce arenacee e calcaree appartenenti alla formazione delle Arenarie di Serravalle e i terrazzi laterali sono costituiti da pochi metri di depositi alluvionali recenti».
  • La “riviera” del Piota a Silvano comprende il tratto tra il lago della Pusa [Pü∫a] nei pressi del casale Pieve e la confluenza del torrente nell’Orba. Il lato destro del fiume è per buona parte costeggiato dalla tranquilla strada comunale che dal paese conduce alla Pieve [passeggiata molto frequentata]. Il lato sinistro è caratterizzato da una bella fascia di bosco non solo golenale [Bessega, Boscogrande e Prieto] oltre la quale oggi si estende la zona industriale della Caraffa. Anche il Piota mostra il suo letto roccioso in molti punti, ma qui sono Marne di Cessole e non più Arenarie di Serravalle. Da tempo immemorabile fino a oggi, le sponde e i letti dei nostri torrenti sono oggetto di scavi e prospezioni – ricordiamo le aurifodinae romane – ma già le popolazioni Liguri si dedicarono a questa attività; per questo motivo molti boschi, in particolare lungo il Piota, sono cresciuti sui cumuli di ciottoli ammassati nell’antichità. Ne è un esempio il bosco di Prieto [Piriétu], in parte ancora esistente all’inizio della zona industriale della Caraffa, che ricorda nel nome proprio quei cumuli di pietre.
  • Il rio Cremosino nasce in zona Ravino Alta e, scorrendo nella valle dei Cochi, confluisce nell’Orba delimitando la piana della Cremosana a sud e quella di Sant’Agata a nord. Questo rio raramente rimane asciutto durante il periodo estivo – un tempo, mai! – ed è quello con la portata maggiore; nelle sue pozze è facile incontrare il gambero di fiume, la salamandra e altri anfibi.
  • Il rio Albareto caratterizza la valletta omonima, tra San Pancrazio e il castello Adorno; si inserisce in paese in via Riofreddo dove, intubato, scorre sotto le case fino oltre il quartiere Nave e, poco dopo, confluisce nell’Orba presso il ponte che porta al territorio di Rocca Grimalda.

Flora e fauna selvatica

Questi due ruscelli, poiché scorrono in vallate che in alcuni tratti sono particolarmente ombrose, costituiscono l’habitat naturale per le piante acidofile e, in alcuni luoghi, si possono creare le condizioni per la crescita dei preziosi tartufi [trìfule]. In generale i corsi d’acqua minori si stanno rigenerando perché meno inquinati da pesticidi e diserbanti; il nemico odierno è rappresentato dalla siccità. Le passeggiate che si possono godere lungo i corsi d’acqua sono ampiamente descritte nella sezione specifica della nostra Guida.

Per qualificare l’ambiente naturale del territorio Silvanese si possono citare tre indicatori ecologici: i gamberi di fiume, le farfalle e le orchidee; la presenza di questi tre elementi definisce un ambiente sano. Il comune di Silvano, benché piuttosto circoscritto, può vantare una buona varietà di habitat come l’area collinare, i bacini fluviali/torrentizi e una serie di vallette umide.

Orchis Purpurea

La zona collinare, che predomina, è a tutti gli effetti un laboratorio ecologico in costante trasformazione che vede la flora selvatica alla riconquista di quei terreni che un tempo le furono sottratti, con grande fatica dall’uomo per impiantarvi la vite. Questo dinamismo botanico evidenzia la contrapposizione tra le specie autoctone e quelle esotiche che sono, spesso, infestanti [ricordiamo, a tal proposito la robinia ed il prugnolo tardivo].

La fauna selvatica, come nel resto d’Italia, sta proliferando in conseguenza della riduzione delle superfici coltivate. Gli ungulati sono in sovrannumero, ma da poco sono arrivati sporadicamente i lupi a bilanciarne in parte la crescita eccessiva. I mustelidi e le volpi sono in netta espansione trovando anche del cibo “esotico” costituito dalle sudamericane minilepri.

L’abbondanza di noccioli e noci nutre una bella popolazione autoctona di scoiattoli e di ghiri. Sono numerosissimi i volatili, dal passero comune, ai rapaci come le poiane o gli uccelli notturni. Le gazze e i corvi si stanno moltiplicando in maniera preoccupante a scapito di altre specie volatili e i corsi d’acqua sono frequentati da aironi, anatre e gallinelle d’acqua.

Crocus Versicolor

Non è questa la sede per approfondire e dilungarsi su tutte le specie animali e botaniche che popolano il nostro territorio, ma un accenno particolare a due sue peculiarità botaniche è doveroso farlo: il Crocus Versicolor e alcune orchidee spontanee. Ovviamente stiamo parlando di
specie vegetali rare e come tali protette, da osservare e fotografare, ma mai da estirpare, anche se si tratta di fiori comuni.

Il Crocus Versicolor è un’iridacea molto comune in queste zone, erroneamente viene spesso chiamata bucaneve a causa della sua fioritura precoce, a volte in concomitanza con l’ultima neve [febbraio-marzo]. Il nome corretto è Zafferano della Riviera e non è affatto una pianta diffusa come può sembrare, infatti il suo areale è limitato a Piemonte e Liguria. Sulla golena dell’Andania il Versicolor fiorisce appaiato al croco comune e si incrocia con esso producendo individui ibridi.

 

LE ORCHIDEE

Occorre premettere che tutte le orchidee europee spontanee vivono in rapporto simbiotico con un particolare micelio [fungo sotterraneo], quindi possono sopravvivere e riprodursi esclusivamente in certe condizioni di terreno ed è perfettamente inutile, nonché dannoso, cercare di trapiantarle nel proprio giardino o addirittura in vaso perché morirebbero di inedia.

Le Orchidaceae[1] spontanee sono piante perenni, la loro famiglia annovera, nel mondo, 800 generi suddivisi in 20.000/25.000 specie. Nei generi europei i fiori sono sempre raccolti in una spiga di svariate forme [piramidale – oblunga – sferica] sulla quale possono avere una distribuzione rada o compatta da 2 a 12 boccioli a seconda della specie. Il singolo fiore è di piccole dimensioni[2] [non più grande di un’unghia], è composto da tre petali: due superiori che possono essere più o meno estesi o colorati, uno inferiore molto più grande e variegato che prende il nome di labello.

Il labello è il pezzo forte, il vessillo che affascina noi umani per la sua bellezza, ma soprattutto pista d’atterraggio e via d’accesso al sistema riproduttivo per l’insetto impollinatore.

A Silvano la fioritura va da inizio marzo [Barlia Robertiana] a metà luglio [Gymnadenia Conopsea] e conta 7 generi e svariate specie.

Tra i 7 generi che possiamo trovare nel comune di Silvano le Ophrys sono quelle presenti con più specie, quindi meritano una nota particolare.

La caratteristica di questi fiori è quella di attirare l’insetto impollinatore perpetrando un vero inganno; infatti, il loro labello imita le forme di un insetto femmina con tanto di occhi, zampe, pelosità e forse anche di odori.

Le effusioni del maschio gabbato feconderanno il fiore. A seguire sono riportate le descrizioni di alcune specie significative, mentre altre sono rappresentate solo con le immagini. Si premette che si tratta di note e foto amatoriali, senza alcuna pretesa scientifica, ma inserite per coloro, che visitando il territorio di Silvano, volessero approfondire la conoscenza di questi fiori affascinanti.

Genere Ophrys o ofridi

Ophrys Bertolonii Moretti

Scarpetta della Madonna [Scarpéta dra Madóna]

Al genere Ophrys o ofridi appartiene la specie Bertolonii Moretti [Scarpéta dra Madóna].

È l’orchidea silvanese per eccellenza o meglio di San Pancrazio perché è qui che fiorisce in aprile/maggio.

Un rito mariano quasi dimenticato

L’ultimo tratto del sentiero, che dal paese raggiunge il santuario [Primo Percorso della Guida], procede su una lastra di arenaria sulla quale si notano alcune depressioni simili a impronte; queste tracce sono state all’origine di una leggenda e quindi di un rito.

La tradizione popolare vuole che queste siano le orme lasciate dalla Madonna quando vagava per le campagne cercando asilo. Un tempo i più esperti sapevano indicare anche le tracce dell’asino e quelle del bambino [per l’occasione già nato] che veniva adagiato a terra.

Il rito collegato a tutto ciò prevedeva l’ascesa al colle posando, scrupolosamente, il piede là, dove erano stati posti dalla Vergine Maria, dopodiché era essenziale cogliere un bel mazzolino di scarpette della Madonna e comporlo nell’edicola della Madonnina all’ingresso del paese.

Questa pratica avrebbe immunizzato il fedele dalle affezioni bronchiali nell’inverno seguente oltre che, naturalmente, avvicinarlo al Paradiso.

 

 

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[1] Tutte le orchidacee sono piante protette ed è vietata la loro raccolta.

[2] L’unico genere europeo che può vantare dimensioni simili a quelle tropicali è il Cypripedium calceolus, che nasce al di sopra dei 1000 metri.

 

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