Associazione Culturale «Circolo Dialettale Silvanese "Ir Bagiu"»

Primo libro fotografico su Silvano d’Orba

Dalla prefazione alla prima edizione (2009) del dottor Roberto Basso

 

Cover 1 libro fotoIn apertura di un interessante volume dedicato al fotogiornalismo in Italia[1], nel ricordare quello che l’architetto Giò Ponti scriveva nel 1936, «quando la fotografia iniziava ad emanciparsi anche in Italia dal modello pittorico e gli scatti di propaganda dell’Istituto Luce palesavano la sua funzione di informazione e di testimonianza», sono riportate le seguenti parole: «La fotografia non è solo documento, essa è oggi qualcosa di più. Se la fotografia ci ha dato prima quasi un timido surrogato della pittura, poi un documento, oggi ci dà addirittura una “vista” ulteriore, una vista astratta, mediata, composta, una vista che a nostra volta “vediamo”, una vista indipendente, autonoma, che moltiplica, isola la cosa o il momento veduti, che li frammenta e nel tempo stesso li fissa…”L’aberrazione fotografica” è per molte cose la nostra sola realtà: è per molte cose addirittura la nostra conoscenza, ed è quindi il nostro “giudizio”».

Sono considerazioni che valgono indubbiamente anche per questo libro fotografico, nella cui realizzazione è stato determinante il contributo di tutti coloro che non hanno voluto “lasciare nel cassetto la propria storia” e che il Circolo Dialettale Silvanese “Ir Bagiu” ha voluto dedicare al proprio paese, con una testimonianza di Silvanesità già insita nella bellissima immagine di copertina e nelle prime testimonianze fotografiche dei Torrazzi, della “pietra grossa”, del Castello Adorno e del Castello vecchio. Non potevano poi mancare le fotografie scattate tra il Piota e l’Orba, con i ricordi di quando si pescava con le mani, del traghetto e delle passerelle sull’Orba, come per documentare la definizione tratta dal libro del professor Sergio Basso dedicato a “questo lembo di mondo dove l’Orba si beve il Piota”[2] . Poi San Pancrazio e la tradizionale festa del 12 Maggio, con immagini che dimostrano come certi luoghi siano senza tempo, in quanto le sensazioni sono le stesse con le fotografie più vecchie, con quelle degli anni successivi e con la foto aerea scattata nel 2000. La storia passa attraverso immagini di raffinata eleganza con i coniugi Romero a Venezia, il ricordo dello Chalet che sembra invece riportarci ad un’atmosfera quasi irreale (eppure c’è stato!) e all’edificio della S.O.M.S., con la testimonianza delle “icone” presenti un tempo sulla facciata a rappresentare le diverse attività produttive. I “quadri” di Silvano nel passato sono ottimamente realizzati con le vecchie cartoline e con le fotografie degli scorci principali, tra le quali spiccano quelle scattate in Via XX Settembre.

È soprattutto da queste ultime che possono trovare la propria “collocazione” nel contesto silvanese le parole dello scrittore e pittore Alberto Savinio ricordate da Diego Mormorio[3] in un breve ma significativo saggio sulla storia della fotografia: «L’invenzione della fotografia segna un punto di trasformazione nella storia dell’umanità, supera per certi riguardi la conquista di Costantinopoli, la scoperta dell’America, altre “chiavi di volta” della Storia». D’altra parte le immagini delle distillerie, del mondo contadino e dei mestieri, una sezione davvero imperdibile del volume, dimostrano proprio l’efficacia dello scatto fotografico sia nel cogliere le attività svolte nelle loro modalità tramandate nei secoli, sia nel darci una memorabile visualizzazione di come esse si stavano “meccanicamente” evolvendo: il passaggio dai buoi ai trattori, per esempio, trova in questa “galleria”, in due immagini, una significativa raffigurazione.

La fotografia diventa quindi “progresso” che racconta il progresso, il mutamento nella vita dei silvanesi e le vicende dell’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America all’inizio del Novecento: se queste possono far venire in mente – quantomeno in prima battuta – il film di Sergio Leone “C’era una volta in America”, è soprattutto la citazione delle “rimesse” degli emigranti silvanesi -con il movimento finanziario che ne conseguiva verso l’ufficio postale del paese- a spiegarci l’essenza del cambiamento. Ampliando la visuale economica sul fenomeno si può ricordare che un figlio di emigranti liguri dell’entroterra, Amedeo P. Giannini, aveva fondato la Banca d’America e d’Italia con la finalità di agevolare questi flussi monetari: si racconta, tra l’altro, che le probabilità di ottenere un prestito tramite Giannini aumentassero quanto più le mani del richiedente fossero callose e segnate dal lavoro. Facendo un parallelo con il film appena citato, nel quale il tema musicale di Ennio Morricone acquisisce ogni tanto un “passo” più rapido e moderno, analogamente la crescita economica arriva per i silvanesi da oltreoceano come un ritmo di fox-trot.

La prima parte del secolo scorso vede intanto aumentare l’interesse per lo sport: il foot-ball è praticato dalla “Sportiva Silvanese” e “nascono” i campioni ricordati da Pierfranco Romero[4] . Il Novecento viaggia anche sui trenini in transito nella stazione di Silvano e sulle littorine; Elio Robbiano, con la sua poesia “Liturìna”, ha immortalato un’epoca[5] . Gli anni ci portano allo stile elegante della signora Isa Ponte in bicicletta, al dramma del Colonnello Andrea “Giacomino” Robbiano, alla Seconda guerra mondiale, alla Guerra partigiana e alla “Benedicta”. E’ soprattutto con il ricordo dell’eccidio che possiamo virtualmente condividere la scelta di dedicare al proprio padre «che ha patito questo secolo» il libro “Raccontare il Novecento”[6] da parte del suo autore, lo storico Dan Diner.

Il dopoguerra e la ricostruzione sembrano invece prendere ispirazione da quanto proposto dalle copertine della rivista americana Life, affiancate alle immagini silvanesi del libro, dalle quali si intravvede lo “scoppio” della pace anche come l’occasione per le donne di assumere un ruolo più visibile, di acquisire una maggior disinvoltura nel lasciarsi fotografare e nell’esporre il proprio corpo, come avviene negli “scatti” in spiaggia durante quegli anni, dove si nota anche uno striscione con una scritta: pace.

Le donne italiane avevano ottenuto il diritto di voto nel 1946, in occasione del referendum istituzionale e delle elezioni per l’Assemblea Costituente. Si trattava comunque di anni difficili e, giustamente, c’è anche una fotografia che documenta le tensioni sindacali con protagonisti i lavoratori agricoli, ma l’impressione che scaturisce dalle pagine che ne seguono è quella di un paese che cerca finalmente di divertirsi: l’autopista e la giostra ne sono una conferma. Le majorettes ci ricordano le bande musicali e che Silvano d’Orba aveva ospitato, nei primi anni settanta, un raduno di corpi bandistici che avevano sfilato per il paese eseguendo i brani del proprio repertorio e concluso l’avvenimento con un’esecuzione collettiva dell’Inno nazionale italiano.

Non è comunque necessario, in questa introduzione, ripercorrere in un ordine esclusivamente cronologico la sequenza delle immagini e delle didascalie che il lettore troverà sfogliando le pagine del libro: la tradizione dei “coscritti”, le compagnie di giovani, le immagini delle alluvioni, il geometra Carlo Romero con gli sci sulla neve delle nostre colline, tutti i sindaci dalla Liberazione a oggi, Ferruccio Parri in visita da queste parti e Padre Dionisio concorrono, in ogni caso, a creare una formidabile raccolta di testimonianze della nostra storia. Sono immagini che susciteranno sensazioni diverse in funzione dell’età, della propria sensibilità e del vissuto di chi si soffermerà su di esse; sicuramente questo libro non può essere considerato esaustivo per documentare la storia silvanese, ma assume, a suo modo, un particolare significato anche pensando all’articolo di Mario Margiocco dedicato al grande giornalista televisivo americano Walter Cronkite[7] deceduto il 16 Luglio 2009 all’età di 92 anni. Cronkite concludeva i suoi interventi sulla CBS con l’immancabile «And that’s the way it is» (le cose stanno così) seguito dalla data del giorno. «Guerre peggiori delle attuali, duri confronti per i diritti civili, leader assassinati…» ricorda Margiocco, sottolineando che un cronista forgiato alla complessità del mondo dalla seconda guerra mondiale «sembrava rendere tutto più comprensibile, aiutava ciascuno a scegliere le proprie battaglie e a capire le proprie sconfitte. And that’s the way it was».

Vale a dire: le cose «stavano» così.

© Riproduzione riservata.

 

NOTE

[1] “Il fotogiornalismo in Italia-1945-1975. Linea di tendenza e percorsi. XI biennale di fotografia”, a cura di Mariano Lucas, Editrice La Stampa Spa, Torino, 2005.

[2] Sergio Basso, “Dove l’Orba si beve il Piota”, Associazione Culturale «Circolo Dialettale Silvanese “Ir Bagiu”», 2006.

[3] Diego Mormorio, “Storia della fotografia”, Tascabili economici Newton, Roma, 1996.

[4] Pierfranco Romero, “Silvano d’Orba… con i colori della memoria”, Associazione Culturale «Circolo Dialettale Silvanese “Ir Bagiu”», 2007.

[5] Elio Robbiano, “Sirvòu dir Magnòu”, Associazione Culturale «Circolo Dialettale Silvanese “Ir Bagiu”», 2008.

[6] Dan Diner, “Raccontare il Novecento. Una storia politica”, Garzanti, Milano, 2001.

[7] Mario Margiocco, “Cronkite, la Storia in trenta minuti”, da “Il Sole 24 Ore-Domenica” del 19 Luglio 2009.

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