Associazione Culturale «Circolo Dialettale Silvanese "Ir Bagiu"»

‘Na vóta u j era in ómu

copertina omu - miniChe cosa è il tempo? Esiste? Non esiste? E se esiste, com’è fatto?

Durante il suo cammino, molti Sapienti hanno intrapreso la dura strada per fornire una risposta a tali quesiti. Tuttavia anche chi non è prigioniero della Storia può tentare di affermare il suo pensiero su questo ente sconosciuto, ma pur sempre familiare.

Sergio Basso, riprendendo l’umile (poiché incurante dei sofisticati concetti scientifico-filosofici), ma saggia cultura del suo piccolo paesino, vede il tempo caratterizzato da un presente interposto tra i ricordi, le tradizioni (passato) e le speranze (futuro). Ed è proprio così che, sebbene il passato non sia più, esso continua ad esistere nel presente attraverso i ricordi, segni indelebili nella mente di ciò che è stato; mentre presente risulta essere anche il futuro, nella speranza che sulle generazioni venture non scenda il tetro velo dell’oblio delle proprie origini, come oggigiorno avviene nella nostra società.

In tale concezione il professor Sergio Basso esplica il presente come un “fuggente sincretismo” tra ricordi e speranze, come si evince da ciò che egli scrive ai suoi ironici ”venticinque lettori” di manzoniana memoria: “Particolarmente ai giovani (…) si rivolge ‘Na vóta u j era in ómu…(Una volta c’era un uomo), e a tutti coloro i quali hanno vissuto l’ ”epopea popolana” del dialetto e che (…) hanno colto l’occasione per rivisitare con nostalgia e, talvolta, con rimpianto, un mondo ormai passato(…)”.

In questo suo secondo libro, l’autore – facilmente identificabile come moderno guardiano del tempo – cerca di immortalare le atmosfere e i personaggi di una volta, quasi strappandone le essenze al divenire temporale, per imbrigliarle, con sapiente maestria, alle parole di un candido e sempiterno foglio. E nel farlo rende volutamente labile il confine tra storia e fantasia, generando quindi leggende nelle quali si muovono – su comuni avvenimenti quotidiani – altrettanti comuni e leggendari personaggi di una realtà oramai scomparsa.

L’incanto che si viene così a creare, si dipana attraverso i quattro capitoli nei quali è suddivisa l’opera, sebbene l’impressione sia quella di effettuare un breve viaggio – fiabesco – nel mondo dei nostri avi.

Si inizia infatti dalla descrizione della figura del bonaccione popolare e delle sue avventure in scenette divertenti (“Giuanëi”, Giovannino), per poi avventurasi tra gli strumenti del viver quotidiano (“Taragnòje”, Ragnatele).

Il viaggio prosegue con la parte più personale del libro (“Splivre”, Schegge), in cui l’autore esprime le sue emozioni ed i suoi sentimenti, per finire con le ultime poesie (“Cugniscióu”, Consapevolezza), nelle quali appare proprio la consapevolezza, sia dello scorrere inesorabile del tempo, sia della condizione del vivere umano.

La poesia dialettale riesce ad essere, quindi, l’unico autentico linguaggio attraverso il quale poter trasmettere antiche, ma sincere, emozioni. E ciò avviene anche richiamando termini e modi di dire oramai quasi perduti nella nebbia del tempo. A tal fine Sergio introduce delle note per ogni sua poesia, cercando di spiegare, ai “foresti” ed ai giovani, luoghi e termini silvanesi sconosciuti o non più utilizzati, quasi ad invitarci, con il sussurro di un caro amico, a non fare morire una parte di noi stessi che appartiene al passato.

Infine è giusto ricordare che questo libro nasce anche dal lavoro che Sergio, aiutato da un gruppo di signori di venerabile età, compie per riuscire a salvare una tradizione che oramai si sta spegnendo come le ultime luci di un teatro al calo del sipario.

«Una volta la gente, nelle serate invernali, si riuniva in qualche stalla e tutti, seduti sulle balle di paglia al calore degli animali, passavano alcune ore serenamente, ascoltando le fiabe. Oggi noi del “Rospo”, rivivendo quasi inconsciamente quell’atmosfera ormai lontana, sempre di sera e d’inverno, ma in una casa accogliente, siamo ancora capaci di riunirci di tanto in tanto accanto ad un tavolo con sopra qualcosa di buono. E lì ci raccontiamo in dialetto le nostre piccole storie e talvolta riusciamo anche ad inventare una fiaba, con la speranza che qualcuno, non troppo moderno, abbia ancora voglia di raccontarla ai suoi bambini».

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